Leggi articolo

Il tema della salute di chi cura è diventato attuale dalla metà del secolo scorso, anche se fin dall’antichità esiste il noto invito “medice, cura te ipsum” (medico cura te stesso) che troviamo anche nel Vangelo di Luca.  Da sempre le professioni di aiuto (o helping professions) sono sicuramente esposte a carichi lavorativi, emotivi e di stress importanti.  Il continuo contatto con la sofferenza dei pazienti, le responsabilità professionali elevate, la carenza di risorse, le problematiche organizzative e un’innata difficoltà a chiedere aiuto (proprio perché solitamente l’aiuto sono abituati a dispensarlo e non a riceverlo) sono alla base di una maggiore vulnerabilità in questa categoria vi è, quindi, maggiore rischio di burnout lavorativo e maggiore probabilità di sviluppare patologie mediche e psichiatriche.

Il termine burnout (che in italiano si può tradurre con bruciato o esaurito) si riferisce a una sindrome legata allo stress lavorativo, concettualizzata negli anni 70 da Herbert Freudenberger (Freudenberger HJ, 1974).

Mantenere un equilibrio tra lavoro e vita personale è fondamentale per prevenire il burnout. Questo può includere per le Strutture sanitarie ad esempio: stabilire turni di lavoro regolari e occuparsi dell’organizzazione in funzione del benessere psico-fisico del proprio personale sanitario. Le possibili conseguenze della sindrome del burnout possono essere: esaurimento emotivo che si manifesta in un senso di fatica e di non riuscire più a dare niente a livello emotivo sul lavoro. Il lavoratore esausto psicologicamente teme il lavoro e non riesce a ingaggiarsi emotivamente o creativamente con il lavoro, i colleghi e i pazienti.  Durante la pandemia di COVID-19 abbiamo assistito a un’impennata di casi di questa sindrome, che ha colpito il 40-60% del personale sanitario, con interessamento particolare delle terapie intensive, degli specializzandi e degli infermieri.

Recenti studi hanno fornito alle strutture sanitarie indicazioni per prevenire e contrastare il burnout del medico. Il documento congiunto delle società scientifiche contiene infatti i principali suggerimenti: sostenere la salute psicosociale dei dipendenti considerando tutti gli aspetti del lavoro dei sanitari; creare strutture organizzative all’interno della quale i medici possano operare con tranquillità e crescere professionalmente, fornire ai dipendenti la possibilità di segnalare con riservatezza maltrattamenti e altri problemi sul lavoro, lavorare per il superamento dello stigma per gli operatori sanitari che ricorrono a un supporto per la salute mentale.

Il burnout dei medici può avere conseguenze sull’equilibrio psico-fisico, con tassi più elevati di abuso di alcol, uso di sostanze, relazioni disfunzionali, depressione e suicidio. Sul piano professionale il burnout del clinico può comportare un numero maggiore di errori medici, minore qualità delle cure, diminuzione della soddisfazione del paziente, perdita di professionalità accompagnata da una diminuzione del livello di empatia con i pazienti. Secondo Stephan Achenbach, Presidente dell’European Society of Cardiology (ESC): “Il crescente tasso di stress e burnout tra gli operatori sanitari è un campanello d’allarme. Oltre che serie conseguenze per chi ne soffre, il burnout può avere un impatto sulla cura del paziente. L’ESC si unisce agli altri professionisti della sanità per lanciare l’allarme e sollecitare i sistemi sanitari a creare ambienti sani per tutti coloro che forniscono assistenza ai pazienti”.