
Respinto l’emendamento per…
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È notizia dei giorni scorsi che il Ministero dell’Economia e Finanze ha bocciato l’emendamento presentato dalla maggioranza di governo al DDL per le liste di attesa che avrebbe allargato e rafforzato lo screening mammografico a livello nazionale alle donne nella fascia di età 45-49 anni e 70-74. Sei milioni di euro erano stati previsti per essere investiti in tre anni che avrebbero consentito un diritto allo screening ad un numero maggiore di donne. L’emendamento in questione era stato approvato in Commissione Sanità ma ha trovato il parere negativo del Mef durante l’esame delle proposte di modifica in Commissione Bilancio, così come quello che istituiva un fondo di 5 milioni per tre anni per le patologie oculari. Secondo il Mef le coperture finanziarie proposte non sarebbero sufficienti a sostenere la misura. In base al parere degli esperti, l’estensione del programma nazionale avrebbe permesso di diagnosticare precocemente molte più neoplasie in donne a rischio. L’opposizione al riguardo attacca il Governo. Le associazioni e le opposizioni hanno, infatti, definito la decisione del Mef “immorale”, sottolineando che lo spazio fiscale sembra esserci solo per i piani di riarmo, stimati in oltre 30 miliardi di euro, mentre il sistema sanitario fatica a garantire servizi essenziali. “Hanno fatto una becera propaganda – commenta la senatrice M5S Elisa Pirro – e oggi ci ritroviamo col Mef che dà parere negativo a questo emendamento che avremmo appoggiato volentieri. Non hanno trovato i soldi, mentre in questo Paese si continua a parlare di un piano di riarmo”. Carlo Spinelli responsabile nazionale per la Politica Interna del movimento Italia dei Diritti interviene sull’argomento: “E’ di questi giorni la notizia del diniego da parte del Ministero dell’Economia alla richiesta presentata dalla maggioranza di governo ma avallata anche da gran parte dell’opposizione, di estendere lo screening per la prevenzione del cancro al seno alle donne dai 45 ai 74 anni. Attualmente la fascia di età per le donne che vengono chiamate al controllo biennale è compresa tra i 50 e i 69 anni – continua Spinelli – mentre soltanto in quattro regioni italiane l’età per essere chiamate al controllo si estende ai 45 e ai 74 anni di età, nel rispetto di quelle che sono le direttive europee. Altre due regioni invece allungano la fascia di età ai 74 anni mantenendo l’età minima ai 50 mentre nel Friuli Venezia Giulia si adotta l’allungamento al contrario e cioè dai 45 anni ai 69 che dovrebbe aprire spazi fiscali per circa 30 miliardi. È una cosa immorale. Sanità al collasso. I cittadini non se lo meritano”. “Ci sono poi due regioni, Lazio e Piemonte dove c’è la possibilità di estendere l’età per lo screening mammario su richiesta delle interessate, per il Lazio si può estendere fino ai 74 anni, per il Piemonte invece si adotta una fascia di età compresa tra i 45 e i 74 anni. Si assiste così ad una disparità di trattamento da regione a regione grazie anche alla famosa autonomia differenziata voluta da questo governo che porta i cittadini italiani ad essere catalogati in serie A, serie B e addirittura serie C andando a ledere il principio costituzionale di uguaglianza che vorrebbe tutti i cittadini con pari dignità sociale”. “Per migliorare un programma di prevenzione per i tumori al seno vecchio di 50 anni e oltre, sarebbero serviti – va avanti ancora l’esponente IdD – 18 milioni di euro per un programma sperimentale di tre anni, il che avrebbe dato modo a circa 4 milioni di donne di usufruire dello screening per prevenire i tumori alla mammella che di fatto allo stato attuale è impedito. Mettere soldi sulla prevenzione sanitaria significa investire sulla tutela della salute, evidentemente in Italia si preferisce investire in altro, magari sul condono delle multe relative a chi non ha risposto all’obbligo vaccinale per il Covid, alla corsa al riarmo dove si prevede di superare il 2% di investimento lordo del PIL nazionale ( attualmente si attesta al 1,57% ) o ai vari bonus che, come abbiamo visto, potrebbero portare benefici a chi non ne ha bisogno attraverso attestazioni false come successo per i redditi di cittadinanza o bonus 110%. E pensare che il Servizio Sanitario Nazionale consiglia alle donne di sottoporsi a mammografia per la prevenzione del cancro al seno già al compimento del quarantesimo anno di età ma come abbiamo visto, per chi vorrebbe seguire questo consiglio deve forzatamente rivolgersi al privato con conseguente esborso di denaro in strutture che a volte, non garantiscono risultati attendibili. E così questo governo prende nuovamente a schiaffi il diritto alla salute dei cittadini italiani non investendo sulla prevenzione sanitaria che – conclude Spinelli – potrebbe salvare la vita a milioni di donne attraverso la diagnosi precoce del cancro al seno”.
Questa situazione minaccia di trasformare il principio di universalità del SSN in un’aspirazione teorica: secondo l’ISTAT, circa 4,48 milioni di persone hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici, di cui 2,5 milioni per ragioni economiche. Tali cifre evidenziano quanto sia diventato oneroso il diritto alla salute, soprattutto per le fasce di popolazione più vulnerabili. Aggiungasi che secondo gli ultimi dati del III rapporto Fnomceo-Censis, il 70% della popolazione italiana percepisce il declino della sanità pubblica.
Resta da chiedersi, ancora una volta, il perché lo Stato non intenda investire nella Sanità nonostante sia ormai sotto gli occhi di tutti che in Italia mancano i medici, i pronto soccorso sono in affanno, gli infermieri fanno turni massacranti e le tecnologie sono da rinnovare ma soprattutto spendiamo per la sanità meno della media degli altri paesi dell’Unione europea.