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La prima buona notizia è che vi sono le condizioni per uscire dal piano di rientro e che Roberto Occhiuto si ricandida a gestire la nuova fase non più da Commissario ma da Presidente di una Regione finalmente libera da una tutela che dura da lustri ed ha risucchiato tante delle risorse e delle speranze dei calabresi. La seconda è che in coincidenza dell’avvio di questo percorso la recentissima sentenza della Corte Costituzionale – n. 195 del 2024 ha finalmente archiviato, anche sul piano del diritto, un luogo comune che in questi anni è stato l’architrave del soffocamento del servizio sanitario italiano: quello secondo il quale il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione all’art. 32 sarebbe recessivo o comprimibile rispetto alle superiori esigenze di bilancio dello Stato. In altre parole il fondo per la salute sarebbe residuale; i soldi dei cittadini vengono utilizzati secondo le decisioni che la politica ritiene prioritarie quelli che rimangono sono assegnati alla sanità. Di fronte a questa deriva la Corte, presieduta da Augusto Barbera, ha sancito invece che “alcuni diritti, in particolare il diritto alla salute, coinvolgendo primarie esigenze della persona umana, non possono essere sacrificati fintanto che esistono risorse che il decisore politico ha la disponibilità di utilizzare per altri impieghi che non rivestono la medesima priorità”. Ne consegue che “lo Stato non può ‘rispondere’ tagliando risorse destinate alla spesa costituzionalmente necessaria, tra cui quella sanitaria – già, peraltro, in grave sofferenza per l’effetto, come si è visto, delle precedenti stagioni di arditi tagli lineari- dovendo quindi agire su altri versanti che non rivestono il medesimo carattere”. Più chiaro di così: la salute è un diritto incomprimibile. Dunque v’è la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico. Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze di contenimento della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Abbiamo visto il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni. Un danno che viene contenuto solo dalla solidità strutturale del sistema e dalla straordinaria abnegazione degli operatori sanitari. La Corte Costituzionale interpreta bene ciò che abbiamo capito, in questi tempi drammatici e cioè che, per far funzionare il sistema lo Stato deve mettere a disposizione i fondi necessari per far fronte ai fabbisogni e laddove sono riscontrati deficit di bilancio nel settore si devono individuare e tagliare gli sprechi, perseguendo e sanzionando i responsabili e non limitare le prestazioni con la politica mercantilistica dei budget che provoca aumento della lista d’attesa ed emigrazione sanitaria. Ovunque è dimostrato che il sistema dei tetti non funziona, comprime la qualità e produce inevitabilmente la lista d’attesa. I soldi pubblici vanno usati meglio, non distribuiti con criteri come quello della spesa storica tali da consolidare posizioni di rendita e scoraggiare investimenti. Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano pubblica e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, se vogliono stare in un sistema solidaristico e universale, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici e ed organizzativi degli ospedali pubblici, devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme. Senza oneri per i cittadini. Qui ci vuole la politica. Ci vuole più politica in sanità. Quella che serve per trasformare il nostro servizio sanitario da centro di consenso elettorale in centro di consenso politico. Ciò che deve essere in un paese finalmente moderno e veramente ispirato al socialismo liberale. Il salto di qualità, quello che consentirebbe davvero di soppiantare la stagione del “rientro” ed entrare in quella del “rilancio” sta nella riduzione degli sprechi, nella programmazione, nell’efficienza, nella qualità e nel contenimento della spesa. Il consenso politico sta tutto lì. Occorre lasciare ai populismi di maniera i luoghi comuni ripetuti sino a sembrare veri, primo fra i quali quello inserito in qualsiasi programma elettorale: fuori la politica dalla sanità. Una affermazione del genere è destinata solo a tacitare qualche coscienza nel migliore dei casi ed a perseguire consapevolmente l’effetto opposto nel peggiore. Occorre, al contrario, che torni la politica vera in sanità. Quella che non compra il voto del suddito ma conquista il consenso del cittadino. La politica che analizza, spiega, si fa riconoscere, chiede la delega, acquisisce il potere, sceglie e si fa giudicare. Per la nomina dei primari e per la gestione dei rapporti con le strutture private, per come costruisce i bilanci e per i quali priorità mette in agenda, per come spende i soldi, per come valuta comparativamente qualità e costi delle prestazioni e per come svolge il suo ruolo di controllo e di verifica. Per questo deve farsi giudicare e per questo deve conquistare il consenso o subire il dissenso. Quello della salute non è un mercato come gli altri. La “governare”, come si dice, deve restare saldamente nella mano pubblica che programma, finanzia e controlla un servizio – pubblico – erogato da enti a gestione pubblica o privata. Perché al cittadino che paga il servizio mediante il prelievo fiscale non interessa di chi è l’ospedale ma vedere i suoi soldi bene impiegati ed essere curato bene. Il che può avvenire solo mediante la ricetta della competitività che fa aumentare la qualità e diminuire i costi. In questo modo si passerà dallo slogan delle tre A (autorizzazioni, accreditamenti, accordo) al centro delle quali c’è il Direttore Generale, a quello delle tre E (eccellenza, efficacia ed efficienza), con al centro veramente e finalmente il cittadino. L’ultimo tema è l’indicazione pratica che ci viene dai difficili giorni che stiamo vivendo: la salute dei cittadini di una nazione non può essere regionalizzata. Ai problemi portati dal virus si sono aggiunti i disagi derivanti dai comportamenti, dagli atteggiamenti e dalle disposizioni diverse della politica locale. Dunque, piuttosto che, o almeno insieme, ed una ragionevole ipotesi di autonomia differenziata, come dice il Presidente Occhiuto, occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali. Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini. I diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma, a Reggio Calabria o a Trieste. Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi.

Enzo Paolini, Vicepresidente ACOP Nazionale, Presidente ACOP Calabria